Poi una volta (7)

Mi pare fosse maggio, comunque era già caldo, e io occupavo un sontuoso ufficio al secondo piano di Palazzo Chigi. Non ricordo bene come si era sviluppata l’idea dell’appuntamento. Fatto sta che Giovanni Lindo Ferretti con Jovanotti e la sua compagna, Francesca arrivarono scortati da un raggiante commesso, vestito da pinguino.

Il motivo della visita era riferito all’incarico che “il Comitato Bologna 2000 diede a Jovanotti e a Giovanni Lindo Ferretti di ideare un Festival di musica internazionale per l’estate del 2000″, perchè il capoluogo emiliano era Capitale Europea della Cultura del 2000.

La conversazione, a ripensarci, fu abbastanza paradossale perchè ad un certo punto Ferretti mi chiese di impegnare me – e il Governo Italiano – a fare incontrare ad un concerto rock in Piazza Maggiore l’allora Patriarca di Mosca, Alessio II e il Papa, Giovanni Paolo II, eventualmente se proprio non se ne fosse potuto fare a meno all’incontro poteva essere presente anche il Presidente del Consiglio italiano… Insomma un gioco da ragazzi…

Ci furono anche altri discorsi più operativi e con un livello di concretezza maggiore, ma quella richiesta credo che la ricorderò per tutta la vita… Anche perchè il leader dei CSI argomentava il progetto in modo molto convinto e affascinante.

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(Poi ci furono le elezioni a Bologna, vinse Guazzaloca, Jovanotti si sfilò dal progetto, Ferretti organizzò un festival di musica, ma – ovviamente – con un profilo assai diverso rispetto agli obiettivi iniziali)

 

 

Seguiti su Intagram (6): Artnafir

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Nafir è un artista Iraniano autodidatta, nato a Tehran, le cui opere sono influenzate dall’arte e cultura Iraniane tradizionali. Lui stesso si definisce uno street artist “vandalo”, la sua arte si focalizza sui problemi sociali dell’Iran e di tutto il mondo. Nafir inizia a taggare nel 2008 in strada e col passar del tempo prova a fare lavori veloci a spray su muri affollati in Iran, per combattere contro la censura politica e per sollevare numerosi problemi sociali“. (Memorie Urbane)
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Per motivi facilmente comprensibili la vera identità di Nafir è tenuta segreta in patria e attorno al suo nome si è creata un’aura di mistero. E’ il Banksy iraniano. Insomma una volta ebbe a dichiarare che durante il giorno conduce una vita da iraniano normale, mentre la notte si trasforma nel “pittore clandestino” e, ovviamente, illegale.
Pare che ci sia una corsa contro il tempo delle autorità iraniane che normalmente riescono a cancellare le sue opere normalmente nel giro di 24 ore
Cose sue si possono trovare (e acquistare) on line e io l’ho scoperto grazie a Instagram, qui.

La Pazza Gioia

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La Pazza Gioia non è un film facile.
Non era facile realizzarlo e non è facile per lo spettatore che si deve immergere in una dimensione parallela, che inevitabilmente genera inquietudine.
La Pazza Gioia è una straordinaria prova di attrici.
Valeria Bruni Tedeschi è magnifica e mantiene il suo ruolo in modo eccellente riuscendo anche a esaltare tutte le sfumature della sua deriva di ricca fuori di testa. Le darei un 8 e mezzo.
Micaela Ramazzotti interpreta la sua bipolare Donatella in da attrice matura e con qualità di cui non la credevo capace: incarnando – anche fisicamente –  una drop out di cui si conserverà memoria per molto tempo. Merita 9.
Complessivamente il viaggio di Paolo Virzì nel mondo del disagio mentale è un po’ troppo bucolico, ma la sua mano di regista è sempre molto convincente e leggera anche in situazione davvero al limite. In sostanza in un orizzonte della produzione italiana di fiction dove prevalgono le tinte fosche, dove si premia l’estetica di Gomorra e di Jeeg Robot un film come La Pazza Gioia che scommette sul sole per illuminare i lati oscuri della nostra vita e dei margini della nostra società appare dolcemente anacronistico, come la citazione di Thelma e Louise.
Insomma sufficienza piena.

Poi una volta (6)

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Era il 22 aprile del 1993 ed eravamo nel campo sportivo della scuola di Pontesanto – dove io avevo frequntato le elementari – e dove non avevo mai giocato prima (e non sarebbe mai più successo… almeno fino ad oggi). La dizione della sfida era Selezione Giornalisti contro Piloti di Formula Uno. Già allora, nonostante l’età non fosse poi così avanzata, la mia forma fisica era piuttosto approssimativa e non sgomitavo certo per essere in campo dal primo minuto. Ricordo solo due cose di quella mia esibizione: marcare Michael Schumacher mi appariva come rincorrere Maradona e la soddisfazione nel dare un calcio a Flavio Briatore, che era ospitato nella squadra dei piloti ma non appariva molto più scattante di me. Della panchina, invece, oltre al convalescente Marco Isola ricordo la presenza dell’allora fidanzata di Francesco Baccini, incomprensibilmente tagliata dal fotografo… Perdemmo. Sonoramente. E per questo non affrontammo mai la Nazionale Cantanti.

Mariangela Melato: un libro

Anch’io, come Alberto Crespi, magari l’avevo già vista prima da qualche parte, magari al cinema, ma fu in quella fantasmagorica edizione dell’Orlando Furioso di Luca Ronconi che quella voce roca – alle mie orecchie tanto inesperte mi sembrò di una sensualità ambigua – mi colpì nel profondo. Era il 1975: Mariangela Melato era Olimpia. Non una protagonista, ma accanto ai cavalli volanti e alle macchine per la prima volta visibili ed esplicite in una televisione che trasmetteva in 5 puntate il teatro d’avanguardia, dava umanità e “carne” a quel personaggio di cui sapevo pochissimo.

Avevo quindici anni e tutto mi sembrava andasse bene…

Non conosco il teatro neppure oggi, anche se mi affascina, quindi non posso raccontare degli spettacoli che ho visto: ricordo solo al Comunale di Imola, Vestire gli ignudi, dove nella memoria ho solo una sensazione di luce attorno a lei. Riempiva la scena con la sola sua presenza, ma non credo sia stato uno dei lavori migliori che ha fatto.

Ieri sono andato al Teatro Eliseo alla presentazione di un libro/omaggio, Magnetica Mariangela, che Anna Testa (che teneva su Nessuno TV e REDTV una rubrica di teatro) ha scritto e Tommaso La Pera (uno dei grandi fotografi del teatro italiano) ha documentato con i suoi scatti.

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Tre cose dette mi hanno colpito:

Il racconto dell’ammirazione di Mariangela Melato per Rina Volonghi, che è stata spiegata soprattutto per la sintonia con la quale le due attrici affrontavano il lavoro. La Volonghi diceva: “Sono un’operaia del teatro” e la Melato, che non si fermava mai e lavorava continuamente, quando arrivava per le prove usava dire: “E` arrivata la metalmeccanica”. Come a dire, per entrambe, che il lavoro di attrice era, per l’appunto, un lavoro serio, faticoso, per il quale serve applicazione e tempo.

La seconda è un episodio raccontato magistralmente dal regista Marco Sciaccaluga. A Napoli andava in scena la sua Fedra, non propriamente uno spettacolo leggero che si apre con Ippolito che dice: “Avanti, circondate quel bosco fitto e quella vetta, Ateniesi! Perlustrate a passo veloce, sparpagliandovi, le terre sotto il petroso Parnete e quelle investite dal fiume che si affretta alle valli di Tria…” e poi un attimo di silenzio. In sala, dalle prime file si sente una signora che dice a voce alta: “… Nun me piace!”… Figurarsi il gelo tra gli attori. La Melato che nella regia di quella tragedia doveva arrivare sul palco dalla platea disse piano: “Ora te lo faccio vedere io!” … fece un’interpretazione magnifica e la sua sola presenza in scena ammutolì tutti. Il direttore del teatro, dopo l’ovazione finale andò in camerino e disse: “Mariangela! Un silenzio come quello che hai provocato non si sentiva a Napoli dai tempi dei bombardamenti americani”. Mariangela Melato aveva avuto la stessa potenza delle bombe.

Era prima di tutto donna di teatro, anche se al cinema ha regalato grandissime interpretazioni: Mimì metallurgico ferito nell’onore (1972) e Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto(1974), di Lina Wertmüller e, soprattutto, Todo Modo con la regia di Elio Petri  del 1976. Andò anche a Hollywood, dove recitò in una pellicola non eccellente: il dimenticabile Flash Gordon diretto da Mike Hodges. La sorella Anna ha raccontato che in quel periodo fu contattata da Ridley Scott che le propose la parte da protagonista in un film dove c’erano dei mostri spaziali… era “Alien”… Ma dopo la conversazione con il regista, non ancora all’apice del successo, tornò in albergo e parlando con la sorella disse: “Ma perchè dovrei fare una cosa del genere?” e rifiutò. Probabilmente quel no le ha precluso una carriera americana molto più luminosa, ma non le avrebbe fatto fare il lavoro che amava di più, tra le tavole dei palcoscenici italiani.

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Poi una volta (5)

Ballo a Tangeri

C’era vento alla fine di aprile del 1991 in una spiaggia a ovest di Tangeri. C’era il sole e l’aria era fresca. Non c’era musica, ma bastava il rumore del vento per trovare un ritmo e ballare ebbri di felicità… e ballare da solo… Mi ero vestito come Port Moresby ne Il tè nel deserto, che avevamo visto da poco, ed ero ancora innamorato di Kit (Debra Winger). Eravamo lì per seguire le loro orme e raccontare in un documentario i luoghi di quel film… Alcuni problemi tecnici e la bellezza dei colori del Marocco ci hanno distratti. (Il fotografo è Raffaele Tassoni).

Poi una volta (4)

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Poi una volta io e Rudi eravamo su una R4 bianca – che da quelle parti chiamavano lo Scorpione del Deserto – in una strada del Sud del Marocco, mi pare di ricordare che volessimo arrivare a Touradant (un posto bellissimo di rocce rosse, sole e soprattutto di meravigliose ombre). Incontrammo questo signore che da chissà quanto tempo stava lì ad aspettare che qualcuno si fermasse. Non capimmo neppure dove dovesse andare: salì in macchina e con la mano faceva il segno di andare. Non lo sentimmo neppure respirare e ad un certo punto con un verso strano disse una cosa che interpretai come STOP. Scese con i suoi sacchi e le sue cose e lentamente si allontanò.