La battaglia di Caporetto

Sul Bot di Telegram de LaNostraStoria ho trovato questo pezzo:

La battaglia di Caporetto cominciò alle ore 2 di notte del 24 ottobre 1917 e rappresenta la più grave disfatta nella storia dell’esercito italiano.
I luoghi più significativi dove venne combattuta la battaglia furono l’omonima conca, le valli del Natisone e il massiccio del monte Colovrat. La disfatta italiana fu causata in gran parte anche dalle innovazioni offensive e difensive introdotte nell’esercito tedesco a partire dal 1916. Tra queste le squadre d’assalto, formate da 11 soldati tra cui fucilieri e mitragliatrici, addestrate allo scontro corpo a corpo. Da sottolineare inoltre la tecnica della difesa elastica, basata sulla distribuzione di soldati su più linee difensive in modo da garantire un ripiegamento limitato ed un efficace contrattacco. Anche il Regio Esercito era disposto su tre linee di difesa ma, a differenza dei loro nemici, i soldati erano ammassati in prima linea, mentre le altre due erano scarsamente presidiate. Nel corso della battaglia si scontrarono oltre 260 mila soldati italiani, capitanate dal generale Cadorna e Capello, sostenute da 1300 cannoni, e circa 353 mila soldati austro-tedeschi affiancate da 2500 cannoni e comandate dal generale tedesco Otto von Below. Alle 2 in punto del 24 ottobre 1917 le artiglierie austro-germaniche cominciarono a colpire le posizioni italiane dal monte Rombon all’alta Bainsizza alternando lanci di gas a granate convenzionali, colpendo in particolare tra Plezzo e l’Isonzo con un gas sconosciuto che decimò i soldati dell’87º Reggimento lì dislocati. Alle 6 il tiro cessò dopo aver causato danni modesti e riprese mezz’ora dopo stavolta contrastato dai cannoni del IV Corpo d’armata. Nel frattempo i fanti austro-tedeschi protetti dalla nebbia si avvicinarono notevolmente alle posizioni italiane e alle 8, senza neanche aspettare la fine dei bombardamenti, andarono all’assalto delle trincee italiane. L’avanzata decisiva che provocò il crollo delle difese italiane fu effettuata dalla 12ª divisione slesiana che progredì in poche ore lungo la valle dell’Isonzo praticamente senza essere vista dalle posizioni italiane in quota sulle montagne, sbaragliando durante la marcia lungo le due sponde del fiume una serie di reparti italiani colti completamente di sorpresa. L’avanzata dei tedeschi ebbe inizio a San Daniele del Carso, dove cinque battaglioni della 12ª slesiana ebbero facilmente la meglio sui reparti italiani scossi dal bombardamento, e subito cominciò la loro progressione in profondità: alle 10 e mezza si trovavano a Idresca d’Isonzo dove incontrarono un’inaspettata ma debole resistenza, cinque ore dopo fu raggiunta Caporetto. Nel frattempo, più a sud, l’Alpenkorps diventò padrone alle 17 e mezza del monte Podclabuz/Na Gradu-Klabuk, mentre del massiccio dello Jeza si occupò la 200ª Divisione, che conquistò la vetta alle 18 dopo aspri scontri con gli italiani. In generale la ritirata avvenne in una situazione caotica, caratterizzata da diserzioni e fughe che sfoceranno in alcune fucilazioni, mista a episodi di valore e disciplina durante i quali molti ufficiali inferiori, rimasti isolati dai comandi, acquisirono notevole esperienza di un nuovo modo di fare la guerra, ora più rapida. Cadorna ordinò all’intero esercito di ripiegare sul fiume Piave, sul quale nel frattempo si erano fatti significativi passi avanti nell’impostazione di una linea difensiva proprio grazie agli episodi di resistenza sul Tagliamento. A questo punto von Below aveva fretta, sia per il timore di ritornare a una guerra di posizione, sia perché era cosciente che i francesi e gli inglesi avrebbero inviato aiuti militari. In pianura però gli austro-tedeschi non ebbero analogo successo e molte unità italiane si riorganizzarono per raggiungere il Piave, l’ultima delle quali vi si posizionò il 12 novembre. Dall’inizio delle operazioni il 24 ottobre all’8 novembre i bollettini di guerra tedeschi avevano contato un bottino di 250 mila prigionieri e 2300 cannoni.

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Quella disfatta ha a che fare con me e con la mia famiglia: a Caporetto tra i soldati semplici c’era mio nonno materno, Egidio Serantoni, un uomo minuto e dal fisico nervoso, ma con una forza straordinaria e con una volontà di ferro: figlio di quella Romagna contadina che ha tenuto botta anche in momenti drammatici, passando per due guerre mondiali. Era nato nel 1896 e quel giorno di ottobre del 1916 aveva vent’anni… mi vengono i brividi solo a pensarlo.

Per lui, come per tutti quelli che sono sopravvissuti a quella macelleria, ci furono delle conseguenze: per mesi, tornato a casa, durante la notte continuando a dormire si alzava e urlava, riviveva negli incubi quei momenti e la paura. Il racconto di mia nonna, anche dopo la scomparsa di “Gigiò” – che in dialetto significa “Egidio Grande”, come era soprannominato per il gusto dei paradossi della romagnolità – erano ancora carichi di angoscia e di amore tenero.

Caporetto per me è sinonimo del terrore di quell’uomo e il mio pacifismo giovanile è segnato da questa storia privata.

Poi una volta (7)

Mi pare fosse maggio, comunque era già caldo, e io occupavo un sontuoso ufficio al secondo piano di Palazzo Chigi. Non ricordo bene come si era sviluppata l’idea dell’appuntamento. Fatto sta che Giovanni Lindo Ferretti con Jovanotti e la sua compagna, Francesca arrivarono scortati da un raggiante commesso, vestito da pinguino.

Il motivo della visita era riferito all’incarico che “il Comitato Bologna 2000 diede a Jovanotti e a Giovanni Lindo Ferretti di ideare un Festival di musica internazionale per l’estate del 2000″, perchè il capoluogo emiliano era Capitale Europea della Cultura del 2000.

La conversazione, a ripensarci, fu abbastanza paradossale perchè ad un certo punto Ferretti mi chiese di impegnare me – e il Governo Italiano – a fare incontrare ad un concerto rock in Piazza Maggiore l’allora Patriarca di Mosca, Alessio II e il Papa, Giovanni Paolo II, eventualmente se proprio non se ne fosse potuto fare a meno all’incontro poteva essere presente anche il Presidente del Consiglio italiano… Insomma un gioco da ragazzi…

Ci furono anche altri discorsi più operativi e con un livello di concretezza maggiore, ma quella richiesta credo che la ricorderò per tutta la vita… Anche perchè il leader dei CSI argomentava il progetto in modo molto convinto e affascinante.

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https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fccaprara%2Fposts%2F10207495226835147&width=500

(Poi ci furono le elezioni a Bologna, vinse Guazzaloca, Jovanotti si sfilò dal progetto, Ferretti organizzò un festival di musica, ma – ovviamente – con un profilo assai diverso rispetto agli obiettivi iniziali)

 

 

Seguiti su Intagram (6): Artnafir

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Nafir è un artista Iraniano autodidatta, nato a Tehran, le cui opere sono influenzate dall’arte e cultura Iraniane tradizionali. Lui stesso si definisce uno street artist “vandalo”, la sua arte si focalizza sui problemi sociali dell’Iran e di tutto il mondo. Nafir inizia a taggare nel 2008 in strada e col passar del tempo prova a fare lavori veloci a spray su muri affollati in Iran, per combattere contro la censura politica e per sollevare numerosi problemi sociali“. (Memorie Urbane)
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Per motivi facilmente comprensibili la vera identità di Nafir è tenuta segreta in patria e attorno al suo nome si è creata un’aura di mistero. E’ il Banksy iraniano. Insomma una volta ebbe a dichiarare che durante il giorno conduce una vita da iraniano normale, mentre la notte si trasforma nel “pittore clandestino” e, ovviamente, illegale.
Pare che ci sia una corsa contro il tempo delle autorità iraniane che normalmente riescono a cancellare le sue opere normalmente nel giro di 24 ore
Cose sue si possono trovare (e acquistare) on line e io l’ho scoperto grazie a Instagram, qui.

La Pazza Gioia

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La Pazza Gioia non è un film facile.
Non era facile realizzarlo e non è facile per lo spettatore che si deve immergere in una dimensione parallela, che inevitabilmente genera inquietudine.
La Pazza Gioia è una straordinaria prova di attrici.
Valeria Bruni Tedeschi è magnifica e mantiene il suo ruolo in modo eccellente riuscendo anche a esaltare tutte le sfumature della sua deriva di ricca fuori di testa. Le darei un 8 e mezzo.
Micaela Ramazzotti interpreta la sua bipolare Donatella in da attrice matura e con qualità di cui non la credevo capace: incarnando – anche fisicamente –  una drop out di cui si conserverà memoria per molto tempo. Merita 9.
Complessivamente il viaggio di Paolo Virzì nel mondo del disagio mentale è un po’ troppo bucolico, ma la sua mano di regista è sempre molto convincente e leggera anche in situazione davvero al limite. In sostanza in un orizzonte della produzione italiana di fiction dove prevalgono le tinte fosche, dove si premia l’estetica di Gomorra e di Jeeg Robot un film come La Pazza Gioia che scommette sul sole per illuminare i lati oscuri della nostra vita e dei margini della nostra società appare dolcemente anacronistico, come la citazione di Thelma e Louise.
Insomma sufficienza piena.

Poi una volta (6)

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Era il 22 aprile del 1993 ed eravamo nel campo sportivo della scuola di Pontesanto – dove io avevo frequntato le elementari – e dove non avevo mai giocato prima (e non sarebbe mai più successo… almeno fino ad oggi). La dizione della sfida era Selezione Giornalisti contro Piloti di Formula Uno. Già allora, nonostante l’età non fosse poi così avanzata, la mia forma fisica era piuttosto approssimativa e non sgomitavo certo per essere in campo dal primo minuto. Ricordo solo due cose di quella mia esibizione: marcare Michael Schumacher mi appariva come rincorrere Maradona e la soddisfazione nel dare un calcio a Flavio Briatore, che era ospitato nella squadra dei piloti ma non appariva molto più scattante di me. Della panchina, invece, oltre al convalescente Marco Isola ricordo la presenza dell’allora fidanzata di Francesco Baccini, incomprensibilmente tagliata dal fotografo… Perdemmo. Sonoramente. E per questo non affrontammo mai la Nazionale Cantanti.

Mariangela Melato: un libro

Anch’io, come Alberto Crespi, magari l’avevo già vista prima da qualche parte, magari al cinema, ma fu in quella fantasmagorica edizione dell’Orlando Furioso di Luca Ronconi che quella voce roca – alle mie orecchie tanto inesperte mi sembrò di una sensualità ambigua – mi colpì nel profondo. Era il 1975: Mariangela Melato era Olimpia. Non una protagonista, ma accanto ai cavalli volanti e alle macchine per la prima volta visibili ed esplicite in una televisione che trasmetteva in 5 puntate il teatro d’avanguardia, dava umanità e “carne” a quel personaggio di cui sapevo pochissimo.

Avevo quindici anni e tutto mi sembrava andasse bene…

Non conosco il teatro neppure oggi, anche se mi affascina, quindi non posso raccontare degli spettacoli che ho visto: ricordo solo al Comunale di Imola, Vestire gli ignudi, dove nella memoria ho solo una sensazione di luce attorno a lei. Riempiva la scena con la sola sua presenza, ma non credo sia stato uno dei lavori migliori che ha fatto.

Ieri sono andato al Teatro Eliseo alla presentazione di un libro/omaggio, Magnetica Mariangela, che Anna Testa (che teneva su Nessuno TV e REDTV una rubrica di teatro) ha scritto e Tommaso La Pera (uno dei grandi fotografi del teatro italiano) ha documentato con i suoi scatti.

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Tre cose dette mi hanno colpito:

Il racconto dell’ammirazione di Mariangela Melato per Rina Volonghi, che è stata spiegata soprattutto per la sintonia con la quale le due attrici affrontavano il lavoro. La Volonghi diceva: “Sono un’operaia del teatro” e la Melato, che non si fermava mai e lavorava continuamente, quando arrivava per le prove usava dire: “E` arrivata la metalmeccanica”. Come a dire, per entrambe, che il lavoro di attrice era, per l’appunto, un lavoro serio, faticoso, per il quale serve applicazione e tempo.

La seconda è un episodio raccontato magistralmente dal regista Marco Sciaccaluga. A Napoli andava in scena la sua Fedra, non propriamente uno spettacolo leggero che si apre con Ippolito che dice: “Avanti, circondate quel bosco fitto e quella vetta, Ateniesi! Perlustrate a passo veloce, sparpagliandovi, le terre sotto il petroso Parnete e quelle investite dal fiume che si affretta alle valli di Tria…” e poi un attimo di silenzio. In sala, dalle prime file si sente una signora che dice a voce alta: “… Nun me piace!”… Figurarsi il gelo tra gli attori. La Melato che nella regia di quella tragedia doveva arrivare sul palco dalla platea disse piano: “Ora te lo faccio vedere io!” … fece un’interpretazione magnifica e la sua sola presenza in scena ammutolì tutti. Il direttore del teatro, dopo l’ovazione finale andò in camerino e disse: “Mariangela! Un silenzio come quello che hai provocato non si sentiva a Napoli dai tempi dei bombardamenti americani”. Mariangela Melato aveva avuto la stessa potenza delle bombe.

Era prima di tutto donna di teatro, anche se al cinema ha regalato grandissime interpretazioni: Mimì metallurgico ferito nell’onore (1972) e Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto(1974), di Lina Wertmüller e, soprattutto, Todo Modo con la regia di Elio Petri  del 1976. Andò anche a Hollywood, dove recitò in una pellicola non eccellente: il dimenticabile Flash Gordon diretto da Mike Hodges. La sorella Anna ha raccontato che in quel periodo fu contattata da Ridley Scott che le propose la parte da protagonista in un film dove c’erano dei mostri spaziali… era “Alien”… Ma dopo la conversazione con il regista, non ancora all’apice del successo, tornò in albergo e parlando con la sorella disse: “Ma perchè dovrei fare una cosa del genere?” e rifiutò. Probabilmente quel no le ha precluso una carriera americana molto più luminosa, ma non le avrebbe fatto fare il lavoro che amava di più, tra le tavole dei palcoscenici italiani.

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Poi una volta (5)

Ballo a Tangeri

C’era vento alla fine di aprile del 1991 in una spiaggia a ovest di Tangeri. C’era il sole e l’aria era fresca. Non c’era musica, ma bastava il rumore del vento per trovare un ritmo e ballare ebbri di felicità… e ballare da solo… Mi ero vestito come Port Moresby ne Il tè nel deserto, che avevamo visto da poco, ed ero ancora innamorato di Kit (Debra Winger). Eravamo lì per seguire le loro orme e raccontare in un documentario i luoghi di quel film… Alcuni problemi tecnici e la bellezza dei colori del Marocco ci hanno distratti. (Il fotografo è Raffaele Tassoni).